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Un contratto sociale per proteggere il web

di Marco Valsania

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16 gennaio 2010

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Un esempio di questi effetti deteriori?
Nella musica in un decennio è diventato difficile differenziare, a meno che non si conoscano i gruppi. Il problema non è prendere in prestito materiale, ma l'infinita possibilità di copiare, la perdita della fonte originaria. L'errore su internet è stata la promozione di un tipo di apertura che ha generato una "poltiglia" senza senso, nemica dell'introspezione, della chiarezza di pensiero. E una tendenza alla mediocrità, non all'eccellenza. Occorre una forma di protezione, di riconoscimento del contenuto, forse diversa, meno rigida del copyright. La sola forma di cultura protetta e pagata, nell'universo dei signori di internet, quelli che chiamo i Lords of the clouds, diventa ormai la pubblicità. Google o Facebook, pur se in molti casi considero i loro dirigenti miei amici, trattano la gente come prodotti, da vendere agli inserzionisti. E l'accesso gratuito e indiscriminato al contenuto toglie risorse indispensabili a tanti, da artisti a giornalisti. Rendere tutti poveri non funziona né online, né nel mondo reale.

Lei propone in alternativa un sistema di micropagamenti, ma questo potrebbe trasformarla in un alleato di altri re dei media, quali Rupert Murdoch...
Non sono abituato a trovarmi d'accordo con Murdoch. Quello che credo è che l'idea del contenuto gratuito sembri attraente ma non lo sia davvero, perché sottrae risorse alla creatività. Un sistema di piccoli pagamenti, per pezzi di informazione o opere, potrebbe essere accettato da tutti, capace di incentivare l'innovazione, di creare un nuovo equilibrio. L'importante è che l'accesso sia a basso costo e universale. E preferisco il governo per gestire un simile sistema che non un'azienda quale Google.

Parlando di Google, non trova incoraggiante la sua sfida alla Cina sulla censura?
È un gesto coraggioso e spero abbia successo. Questo non significa che il modello di Google sia sostenibile. Anzi, vedo similitudini con Pechino: il partito comunista vuole il controllo politico, della realtà; Google vuole essere il grande punto di passaggio per internet, per vendere pubblicità. Anzi, si spinge sempre oltre. Sta studiando la vendita di spazi pubblicitari virtuali nel mondo, anche sopra l'immagine della vostra casa.

Teme che sul nuovo internet, quello dell'anonimato, crescano imbarbarimento, effetto "mob", risse e linciaggi?
Non temo la barbarie ma il problema esiste. Esistono casi di suicidi dopo campagne sul web. Si afferma, quando le persone non sono più individui, la mentalità del branco, il rischio di escalation della crudeltà e di posizione estreme, che internet amplifica enormemente. Mi auguro di sbagliarmi. Credo che la riforma auspicata, con incentivi ad assumersi la responsabilità di quanto compare sul web, possa avere un effetto civilizzante.

Qualcuno le rimprovera di essere un inguaribile romantico, nostagico di un'irripetibile infanzia di internet. Si sente superato dai tempi?
Sono un idealista, non un fautore di concezioni elitarie del web. Accetto come un complimento la definizione di romantico.

16 gennaio 2010
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